Sex Worker: significato, storia, diritti e novità in Italia 2025

Con il termine sex worker si identifica chi presta servizi di natura sessuale in cambio di un compenso, in modalità diverse: dal lavoro su strada, alle piattaforme online, fino a performance artistiche o erotiche.

Sebbene il sex work sia una delle forme di attività più antiche, il suo riconoscimento giuridico e sociale è ancora oggetto di dibattito e discriminazione.

Attraverso questo articolo ripercorreremo la lunga storia del sex work dalle antiche civiltà ai giorni nostri, analizzeremo le lotte per i diritti umani, esploreremo le legislazioni più permissive nel mondo e ci concentreremo sulle novità italiane del 2025: l’introduzione di un Codice ATECO specifico per il lavoro sessuale.

Sex work: origini e pratiche nelle antiche civiltà

Illustrazione tradizionale che mostra persone di diverse culture antiche, tra cui Grecia, Mesopotamia e Giappone, che celebrano insieme in un ambiente all'aperto positivo e colorato.

La storia del sex work si perde nella notte dei tempi. Già nelle civiltà mesopotamiche e sumere, circa 4000 anni fa, esistevano forme di lavoro sessuale integrate nella vita religiosa e sociale.

In alcuni templi si praticava la cosiddetta prostituzione sacra, dove uomini e donne si univano sessualmente come rito propiziatorio per la fertilità dei campi o la prosperità della città.

Anche nell’antico Egitto e nell’antica Grecia il sex work era diffuso e, in molti casi, riconosciuto come attività legittima. Ad Atene, per esempio, le etère, cortigiane colte e istruite, avevano un ruolo rispettato nella società.

In epoca romana, invece, il lavoro sessuale era tollerato purché praticato da cittadini non liberi o da stranieri.

Le pratiche culturali del sex work nelle civiltà antiche

In diverse culture, il sex work non aveva solo una funzione economica, ma anche spirituale e culturale. In India, durante il periodo vedico, le devadashi erano danzatrici consacrate ai templi, spesso coinvolte in pratiche rituali connesse alla sessualità sacra.

In Cina, nel periodo Tang, le cortigiane erano apprezzate per la loro arte, poesia e musica oltre che per la compagnia erotica.

Questo approccio storico ci mostra come il lavoro sessuale, ben lontano dall’essere sempre stigmatizzato, abbia avuto periodi in cui era visto come parte integrante della vita pubblica e religiosa.

Il sex work nel Medioevo e nell’Età Moderna: tra emarginazione e regolamentazione

Con l’espansione del cristianesimo in Europa, la visione del lavoro sessuale cambiò radicalmente. La Chiesa condannò le pratiche sessuali fuori dal matrimonio, relegando i sex worker ai margini della società.

Tuttavia, i governanti spesso tolleravano e regolamentavano i bordelli come male necessario per evitare peggio: il rischio di violenze o di disordini sociali.

Nel Medioevo, molte città italiane come Firenze e Venezia prevedevano spazi dedicati al sex work, tassando i bordelli e cercando di controllare le malattie sessualmente trasmissibili.

La nascita delle regolamentazioni moderne

A partire dal XVII secolo, con la nascita degli Stati moderni, iniziarono a emergere i primi regolamenti laici sui bordelli, soprattutto in Francia e in Inghilterra.

Il lavoro sessuale diventò oggetto di legislazione, spesso repressiva, soprattutto sotto la spinta della morale vittoriana.

In molti casi, le donne coinvolte venivano internate nei cosiddetti ospizi di correzione, luoghi di rieducazione forzata, segnando un passaggio dall’accettazione pragmatica alla criminalizzazione morale.

Sex worker e diritti umani: lotte sociali dal Novecento a oggi

Donna indossa lingerie in una posa elegante e sensuale.

Il Novecento ha visto emergere, insieme ai movimenti per i diritti civili, anche una crescente rivendicazione dei diritti dei sex worker.

Negli anni ’70, movimenti come il Collectif du 17 Octobre in Francia e il COYOTE (Call Off Your Old Tired Ethics) negli Stati Uniti hanno iniziato a organizzare proteste pubbliche, chiedendo la depenalizzazione del sex work e il riconoscimento dei diritti civili e lavorativi.

In molti paesi, però, la stigmatizzazione è rimasta forte, e le sex worker hanno dovuto lottare contro arresti arbitrari, violenze e discriminazioni.

Il riconoscimento del sex work come lavoro

Negli ultimi decenni, le Nazioni Unite, Amnesty International e altre organizzazioni internazionali hanno riconosciuto che il sex work, se esercitato liberamente, è un lavoro che merita protezione legale.

Paesi come la Nuova Zelanda e l’Olanda sono diventati esempi di approcci rispettosi dei diritti umani, mentre in molti altri Stati continua la battaglia per la depenalizzazione e la protezione dei sex worker da abusi e sfruttamento.

Sex Work nel Mondo: I Paesi Più Permissivi e le Loro Politiche

Nel mondo, il sex work è regolamentato in modi molto diversi. Alcuni Paesi hanno adottato approcci liberali che tutelano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sessuali.

Esempi virtuosi di legislazione

  • Nuova Zelanda: dal 2003, con il Prostitution Reform Act, il sex work è completamente depenalizzato. I sex worker hanno diritto a contratti di lavoro, assistenza sanitaria e protezione sindacale.
  • Olanda: ad Amsterdam e in altre città, il lavoro sessuale è regolamentato e i bordelli sono attività legali sottoposte a controllo sanitario e fiscale.
  • Germania: dal 2002, la legge riconosce il sex work come professione, con accesso alla previdenza sociale, al sistema sanitario e ai diritti lavorativi.

Modelli ibridi e problematiche

Altri Paesi, come la Svezia, hanno introdotto il cosiddetto modello nordico, che criminalizza i clienti ma non i sex worker.

Questo modello è molto criticato perché, pur volendo proteggere chi vende servizi sessuali, finisce spesso per aumentare i rischi per la loro sicurezza.

Italia 2025: Il Dibattito sul Codice ATECO e il Riconoscimento Fiscale

Nel 2025, in Italia, ha fatto scalpore l’apertura dell’Agenzia delle Entrate alla registrazione fiscale dei sex worker tramite l’assegnazione di un Codice ATECO ad hoc.

Per la prima volta, chi esercita attività di intrattenimento sessuale — a patto che non configuri reati come lo sfruttamento o la tratta — può avviare una partita IVA, emettere fatture, e contribuire fiscalmente.

Una rivoluzione che divide

La notizia ha diviso l’opinione pubblica: da una parte, chi vede questa novità come un importante passo verso la dignità e la sicurezza lavorativa dei sex worker; dall’altra, chi teme che questa apertura possa “normalizzare” la prostituzione senza risolvere il problema dello sfruttamento.

Dal punto di vista tecnico, il codice ATECO assegnato ricade nelle attività di “intrattenimento”, simile a quello per artisti e performer.

Tuttavia, le sfide rimangono molte: dal riconoscimento dei contratti di lavoro alla tutela contro abusi e discriminazioni.

Prospettive future: verso una piena dignità sociale e legale

Il riconoscimento fiscale è solo un primo passo. Per molti sex worker, l’obiettivo è ottenere pieni diritti lavorativi e civili: accesso ai contributi previdenziali, diritto alla pensione, copertura sanitaria e protezione legale contro ogni forma di sfruttamento o violenza.

Il ruolo della società civile e dei governi

Le associazioni che rappresentano i sex worker chiedono leggi più inclusive, campagne di sensibilizzazione per combattere lo stigma e percorsi concreti di inclusione lavorativa e sociale.

I Paesi che hanno adottato politiche inclusive mostrano che il rispetto dei diritti non aumenta lo sfruttamento, ma anzi riduce la marginalizzazione e migliora la qualità della vita.

In Italia, l’introduzione del codice ATECO per sex worker potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento culturale profondo — a patto che sia accompagnato da riforme coraggiose e da un impegno reale per i diritti di tutte e tutti.

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